Leggo questo bel libro di viaggio di Colin Thubron, che ha visitato le cinque repubbliche centroasiatiche (Kazakistan, Uzbekistan, Turkmenistan, Tagikistan e Kirgizistan) nel primo anno della loro indipendenza dalla Russia. Thubron osserva il vuoto all’indomani del crollo dell’impero sovietico, e si chiede che ne sarà di questo cuore antico dell’Asia, dove un tempo passava la via della seta. Continuerà a gravitare intorno alla Russia oppure confluirà nel tumultuoso mondo del fanatismo islamico?
Il racconto è stato scritto nel 1994, quattordici anni fa. Che cosa sia successo da allora non lo so, non ne parla nessuno. Neppure su Internazionale trovo notizie su quest’area remota del mondo. Ma a giudicare da quanto accade nei Paesi vicini, Afghanistan, Iran e le repubbliche caucasiche, non dubito che sarà l’Islam a spuntarla. Tanto peggio per tutti.
Ho visto qualche giorno fa “Onora il padre e la madre”, di Sydney Lumet. Prima di vederlo, avevo letto solo la critica di Peter Bradshaw, del Guardian, che scrive: “Con una cattiveria inesorabile e senza compromessi, il film affronta con serietà i concetti del male e del peccato raccontando in modo convincente una sorta di tragedia familiare contemporanea”. Leggendo la recensione avevo pensato ad Abel Ferrara, e mi aspettavo qualcosa di simile. Invece il film non ha niente a che fare con Ferrara: i personaggi non parlano di che cosa sia il male e che cosa sia il peccato. Semplicemente ne sono invischiati, e ne sono artefici al tempo stesso. Condivido comunque il giudizio complessivo sull’opera: davvero un bel film, merita quattro stelle su cinque.
Gli attori in particolare danno grande prova di sé: Ethan Hawke interpreta Hank, un ragazzone fallito e immaturo, e Philip Seymur Hoffman è perfetto nei panni di Andy, self made man corrotto e represso.
L’unica cosa che mi ha infastidito, sul momento, è stata la tecnica di montaggio, troppo scopertamente “thriller”, con continui flashback e flashforward. Ma a pensarci bene la rottura della linearità ha giovato alla narrazione, ed ha pemesso a Lumet di riprendere più volte le stesse scene da diversi punti di vista.
Non credo che questa disciplina abbia alcun fondamento di scientificità.
Per chi non lo sapesse, la programmazione neurolinguistica (o PNL) è una tecnica per lo sviluppo di abilità comunicative e qualità manageriali, che poggia su alcuni assunti della ricerca psicologica degli anni Sessanta e Settanta. In effetti, i fondatori della PNL, gli statunitensi Richard Bandler e John Grinder, si richiamavano alle teorie di studiosi autorevoli, come l’antropologo Gregory Bateson e Paul Watzlawick, autore del celebre “Pragmatica della comunicazione umana”. Può darsi che all’epoca della sua fondazione, la PNL si proponesse, senza malizia, come una nuova tecnica terapeutica per liberare il potenziale professionale dei soggetti che operano nel settore della comunicazione o della gestione del personale. Non sono in grado di dire in quale modo la PNL operasse negli anni Settanta (ma a chi voglia farsi un’idea sulla controversa storia di questa pseudoscienza consiglio di leggere la relativa voce di Wikipedia, e la discussione che l’accompagna). Ma ciò che essa è divenuta oggi è facilmente contestabile.
In cosa consiste esattamente la PNL? I principi che vengono comunemente impartiti sono i seguenti: 1) la mappa non è il territorio (ovvero bisogna tenere in considerazione i punti di vista); 2) non si può non comunicare; 3) il comportamento di un soggetto dà indicazioni su ciò che accade al suo interno; 4) i soggetti si possono classificare in base alla preferenza che accordano ad uno dei loro sensi in particolare, sicchè esistono soggetti auditivi, visivi, cinestesici, eccetera, ed è possibile impostare interazioni di successo riconoscendo le preferenze sensoriali dell’interlocutore. Al di là della banalità di tali asserzioni, e della discutibile fondatezza di alcune di esse, il problema è il passaggio dalla teoria alla prassi. Ad esempio, come si può pretendere di distinguere un cinestesico da un visivo (ammesso che una distinzione di questo tipo sia possibile) così, de visu, senza fare alcun esperimento, senza poter in alcun modo monitorare la sua attività neuronale?
Ci sono poi altre cose che andrebbero contestate, oltre alla fondatezza o meno di questa tecnica. In primo luogo bisogna notare come, pur non essendo una disciplina riconosciuta in via ufficiale (perchè considerata ciarlataneria negli ambienti accademici) i corsi di PNL siano ovunque, anzi, siano letteralmente imposti a molti cittadini. Faccio un esempio personale: attualmente seguo un corso presso la Camera di Commercio per ottenere l’abilitazione a esercitare la professione di agente. Non avendo un curriculum di studi a carattere economico o giuridico (sono laureato in Scienze della Comunicazione, ed ho fatto il liceo classico), questo corso è per me necessario per poter lavorare come agente (ormai per la verità non mi serve più, ma visto che ho pagato una cospicua quota per iscrivermi…). Ecco, in un corso come questo, che nessuno fa per puro interesse o per esigenze formative, ma solo per ottenere un’abilitazione professionale, e nel quale sarebbe meglio concentrarsi su questioni più tecniche (la fatturazione, la fiscalità eccetera), un terzo delle ore di lezione sono dedicate all’insegnamento della PNL. Viene quasi da sospettare una sorta di lobby dei piennellisti nel campo della formazione. Non credo di esagerare poi tanto: il presidente dell’AIF (Associazione Italiana Formatori) è un docente di PNL. A ben vedere, poi, in moltissimi corsi professionali (anche quelli finanziati con il fondo pubblico Formatemp) sono previste lezioni di programmazione neurolinguistica. Non si capisce perchè: le scienze della comunicazione sono tante (semiotica, psicologia, sociologia, eccetera), come mai questa predilezione per una disciplina così scarsamente considerata da parte della totalità del mondo accademico?
Da sottolineare, in secondo luogo, che non esiste un titolo di studio riconosciuto per avere un’abilitazione ad operare nel settore. Non c’è quindi uno standard, nè alcuna certificazione di professionalità dei formatori. Chiunque può essere docente di PNL, e questo la dice lunga sulla serietà di questo approccio allo studio della comunicazione.
E per finire, non esiste ricerca in questo campo. Si tratta di una disciplina che può essere unicamente insegnata, ma che non ha alcun orizzonte di sviluppo o di verifica. Una disciplina molto efficiente dal punto di vista economico: non comporta alcun investimento per la ricerca, solo i profitti derivanti dal suo insegnamento. A volte profitti molto alti, come nel caso del coaching manageriale (e il solo fatto che certi manager richiedano questo genere di formazione dovrebbe far capire che tipo di mentalità perversa si stia diffondendo a poco a poco nel mondo delle grandi aziende). E in cambio di quale utilità? Davvero nessuna.
Avete presente l’ “immotivatore”, qualche anno fa, al programma della Gialappa’s? Ecco, quello è un esempio perfetto di cosa si fa oggi con la PNL.
Il debito pubblico è stato ridotto, ma è ancora alto. Si fa un gran parlare di tagli ai costi della politica.
Io una proposta l’avrei: sostituire tutti i deputati che si dichiarano orgogliosamente cattolici con dei replicanti del papa. Il loro ruolo in fondo si riduce a questo. Gli automi non avrebbero bisogno di diarie per mangiare al ristorante, e potrebbero essere aggiornati telematicamente dal Vaticano (che si accollerebbe i costi di gestione del servizio).
Va bene, battezziamo il blog partendo dalla categoria più controversa, la politica.
Mi è capitato qualche giorno fa di parlare con alcuni miei cugini, sorpresi della mia decisione di votare il Partito Democratico alle elezioni di aprile. Non perchè siano sostenitori della destra, anzi. Obiettavano che votare PD è un po’ come votare Democrazia Cristiana, che il programma di un partito di centrosinistra non può essere tale e quale quello del principale avversario di destra eccetera eccetera. Posizioni a metà tra il sostegno alla Sinistra l’Arcobaleno e l’astensionismo sprezzante.
Ora, è vero che la componente teodem all’interno del PD è un problema, per me politico e morale. Politico perchè, al contrario dell’immagine equilibrata che vogliono e riescono a diffondere, i portavoce del cattolicesimo (in Parlamento e nelle curie) mi sembrano particolarmente rissosi e ambigui, e quindi destabilizzanti. Morale perchè non capisco con quale coraggio ancora si possa pretendere di portare la religione (che di per sé è un fatto discutibile, ma va bene finchè resta nell’ambito delle scelte individuali) nella gestione politica di uno stato che deve restare laico. E quello dei cattolici non è certo l’unico problema.
Ma non possiamo non essere pragmatici. Il governo Prodi, che a mio avviso ha fatto cose eccellenti (ed è molto vigliacco, da parte degli esponenti del PD, prenderne le distanze), è caduto perchè non aveva una base solida nè omogenea. Prodi ha governato venti mesi sotto il continuo ricatto di quella nebulosa di partitini che formavano la coalizione di maggioranza. Il partito unico era quindi l’unica soluzione praticabile. Ma allora perchè non formare un partito unico con una identità di sinistra più forte? Per due ragioni almeno: perchè è ormai assodato che “le elezioni si vincono al centro” (come è triste e vero questo motto!), e perchè la sinistra vera è oramai completamente rincitrullita. Una scelta obbligata, insomma, anche se non scevra da una buona dose di paraculismo, arte nella quale Veltroni si è dimostrato bravo adepto.
In effetti, oltre alla solita argomentazione sul “male minore”, sul “voto utile” e affini, mi chiedo spesso se c’è qualcosa di peculiare del PD che mi soddisfi pienamente. Probabilmente no. L’unica vera risorsa del PD sono le migliori intelligenze politiche che gravitavano in area DS, socialisti razionali e innovatori, che sanno progettare e portare avanti riforme coraggiose e necessarie. Preciso che non mi riferisco ai DS in generale, ma solo ad alcuni DS (ad esempio Bersani). In altre parole, il programma del PD non è migliore di quello presentato da Prodi due anni fa, nè lo è la classe politica che si presenta alle elezioni quest’anno (a parte il repulisti dei partiti piccoli: fuori Mastella e personaggi inqualificabili come Pecoraro Scanio). Ciò che offre in più è “semplicemente” una prospettiva di governo più stabile. Non è poco: quanto basta per convincere un babbeo come me a votarlo.
Questo blog è ancora solo una prova. Mi ci vorrà qualche giorno prima di portare il sito a regime (e prima di capire esattamente cosa voglio scriverci).