Sulla riviera romagnola, ieri. La gente non mancava, e l’idea era davvero carina: chilometri e chilometri di spiaggia in festa, ogni lido con la sua musica e il suo stile. Peccato però che ogni volta che mi trovo da quelle parti mi sento un po’ come un pesce fuor d’acqua. Si vede che quello del vitellone è un gene: o ce l’hai o non ce l’hai.
Domenica 6 Luglio 2008
Martedì 15 Aprile 2008
Ad esempio a me piace Rino Gaetano
Ad esempio a me piace la strada
col verde bruciato, magari sul tardi
macchie più scure senza rugiada
coi fichi d’India e le spine dei cardi
Ad esempio a me piace vedere
la donna nel nero del lutto di sempre
sulla sua soglia tutte le sere
che aspetta il marito che torna dai campi
Ma come fare non so
Si devo dirlo, ma a chi?
Se mai qualcuno capirà
sarà senz’altro un altro come me
Ad esempio a me piace rubare
le pere mature sui rami se ho fame
ma quando bevo sono pronto a pagare
l’acqua, che in quella terra e’ più del pane
Camminare con quel contadino
che forse fa la stessa mia strada
parlare dell’uva, parlare del vino
che ancora e’ un lusso per lui che lo fa
Ma come fare non so
Sì devo dirlo, ma a chi?
Se mai qualcuno capirà
sarà senz’altro un altro come me
Ad esempio a me piace per gioco
tirar dei calci ad una zolla di terra
passarla a dei bimbi che intorno al fuoco
cantano giocano e fanno la guerra
Poi mi piace scoprire lontano
il mare se il cielo e’ all’imbrunire
seguire la luce di alcune lampare
e raggiunta la spiaggia mi piace dormire
Ma come fare non so
Si devo dirlo, ma a chi?
Se mai qualcuno capirà
sarà senz’altro un altro come me
È vero, non scrivo molto di musica. La ragione è che seguo poco le novità, e quindi raramente ho degli artisti da segnalare. Davide vorrebbe una mia recensione su qualcosa. Adesso non ho nessuna novità per le mani. Ho scritto qualche giorno fa su Le luci della centrale elettrica, e penso che la prossima recensione riguarderà The Niro, che ascolto in questi giorni (me l’ha segnalato Alfredo e quindi Davide lo conosce già sicuramente).
Però per rompere il ghiaccio voglio scrivere due righe su Rino Gaetano. Ovviamente non posso recensirlo, ma vorrei ugualmente scrivere delle considerazioni. Questo cantautore mi è particolarmente caro, per ragioni che comprendo pienamente, ma che non so mai spiegare come vorrei (“ma come fare non so / sì devo dirlo, ma a chi? / se mai qualcuno capirà / sarà senz’altro un altro come me…).
Per farla breve, Rino Gaetano era in grado di fare una cosa che io ammiro molto, ovvero era capace di non prendersi sul serio. Nella sua musica c’è sempre un elemento contraddittorio, uno scarto, qualcosa che non quadra. Se in certe sue canzoni la musica e la voce sono malinconiche, il testo introduce ironia e nonsense a gogò (vedi ad esempio Escluso il cane) o paradossi (Mio fratello è figlio unico). È come se avvertisse che c’è un limite naturale che non dobbiamo valicare quando vogliamo esprimere le nostre emozioni. Il bello è che spesso Gaetano si auto-canzonava attraverso piccole sfumature. La sua voce aveva un impasto particolare, per nulla piatto o monotono, che gli consentiva di controllare anche piccole cromature dell’espressione, di apparire serio e parodiarsi al tempo stesso.
A questo punto mi ricollego (non so davvero come, ahò, ma so’ mejo de Joyce) ad una frase di Scaruffi su Morrisey degli Smiths, che condivido (per quanto adori gli Smiths): “c’è un limite a quante lacrime un uomo può piangere prima di sentirsi dire che se lo merita”. L’autoironia è una delle poche forme efficaci per esprimere le proprie emozioni senza diventare stucchevoli. È quanto cercavo di spiegare in questo thread sulla poesia, senza ottenere grandi risultati.
Sono andato un po’ fuori tema? Vabbè, volevo solo dire che io a Rino Gaetano lo voglio bene.
Giovedì 3 Aprile 2008
La psicologia criminale
Su Internazionale della settimana scorsa (21/27 marzo) c’è un lungo ed interessante articolo del New Yorker sul lavoro dei profiler, gli psicologi criminali che analizzando la scena del delitto compilano un profilo psicologico/biografico del presunto assassino. La funzione di questi professionisti esperti della psiche criminale (per i quali è prevista una apposita unità operativa in seno all’FBI) è di restringere il campo della ricerca del colpevole, facilitando il lavoro degli investigatori.
Ci sono però serie ragioni per dubitare dell’utilità del loro lavoro. Innanzitutto perchè, dati alla mano, le previsioni sono spesso disattese: una volta catturato l’assassino, si scopre che il suo profilo psicosociale non corrisponde affatto a quello indicato dai profiler. In secondo luogo perchè, quando gli psicologi ci azzeccano, è perchè stilano il profilo in modo talmente vago da risultare onnicomprensivo, e quindi inutile per gli investigatori.
Malcom Gladwell, l’autore dell’articolo, spiega le tecniche impiegate per compilare questo secondo tipo di rapporti (quelli onnicomprensivi). Sono le stesse usate da chiromanti e indovini: una serie orchestrata di espedienti che consentono di evitare di delineare un profilo netto, preciso (esponendosi quindi al rischio di una previsione errata) pur compilando un rapporto all’apparenza dettagliato. Ovvero l’arte di parlare lungamente senza trarre alcuna conclusione. L’articolo riporta più di un esempio a riguardo. Il più significativo mi pare questo: tra gli anni settanta e ottanta la città di Wichita, in Kansas, fu il teatro d’azione di un serial killer passato alla storia con l’acronimo “btk”, che sta per “bind, torture, kill” (lega, tortura e uccidi), le parole usate dall’assassino nelle sue lettere di rivendicazione indirizzate alla polizia. John Douglas, profiler dell’FBI, consegnò alla polizia locale un profilo del killer che Gladwell riassume così: “Cercate un maschio americano con possibili agganci nel mondo militare. Ha un quoziente intellettivo superiore a 105, gli piace masturbarsi ed è egoista e distaccato a letto. Guida un’auto decente, è una persona “tutto e subito”, non si trova bene con le donne ma può avere delle amiche. È un lupo solitario, ma può adattarsi a un contesto sociale. Non passa del tutto inosservato, ma è impossibile conoscerlo a fondo. Potrebbe essere scapolo, sposato o divorziato. Se fosse sposato sua moglie sarebbe più giovane o più vecchia di lui. Potrebbe vivere in una stanza in affitto ma forse no, potrebbe essere di classe bassa, media o medio bassa. Sarà furbo come una volpe, ma non è un pazzo furioso”.
La cosa assurda è che il profilo non era soltanto ambiguo e generico (e quindi non aiutava in alcun modo gli investigatori), era anche fuorviante. Btk era un uomo molto in vista nella sua comunità, presiedeva le attività parrocchiali, ed aveva una vita sessuale e sentimentale normalissima (era sposato con figli).
Mi si chiederà perchè prendo così a cuore questa storia dei profiler. Volevo riprendere quanto ho scritto in un post precedente a proposito della programmazione neurolinguistica per trarre delle conclusioni più generali. La psicologia oggi è una disciplina ambigua. C’è una branca della ricerca psicologica ha scelto di intrecciarsi con le neuroscienze, e di abbracciare il metodo sperimentale: ovvero ha scelto di essere una scienza vera e propria. Penso alla psicologia della percezione e alla psicologia cognitiva in generale, settori nei quali si producono studi ben documentati e di grande utilità. E poi c’è quella psicologia che è ancora ferma a Freud, che non può e non vuole dimostrare gli assunti sui quali è stata fondata, e che ancora costituiscono la base della formazione di molti professionisti della psicoterapia. Non dubito della buona fede e della preparazione della maggior parte degli operatori del settore, ma ho la netta sensazione che la scarsa formalizzazione di questo sapere (ovvero l’assenza di un metodo rigoroso per la ricerca) faciliti il proliferare di tanti cialtroni laureati che si nascondono dietro l’etichetta di psicologo, capaci di vendere a caro prezzo le loro consulenze inconcludenti. In questo sì, grandi professionisti.
Martedì 1 Aprile 2008
Il cuore perduto dell’Asia
Leggo questo bel libro di viaggio di Colin Thubron, che ha visitato le cinque repubbliche centroasiatiche (Kazakistan, Uzbekistan, Turkmenistan, Tagikistan e Kirgizistan) nel primo anno della loro indipendenza dalla Russia. Thubron osserva il vuoto all’indomani del crollo dell’impero sovietico, e si chiede che ne sarà di questo cuore antico dell’Asia, dove un tempo passava la via della seta. Continuerà a gravitare intorno alla Russia oppure confluirà nel tumultuoso mondo del fanatismo islamico?
Il racconto è stato scritto nel 1994, quattordici anni fa. Che cosa sia successo da allora non lo so, non ne parla nessuno. Neppure su Internazionale trovo notizie su quest’area remota del mondo. Ma a giudicare da quanto accade nei Paesi vicini, Afghanistan, Iran e le repubbliche caucasiche, non dubito che sarà l’Islam a spuntarla. Tanto peggio per tutti.
