Luisa Carrada parla di Presentation Zen, un libro di Garr Reynolds sull’arte delle presentazioni (qui trovate il blog dell’autore che tratta lo stesso tema). Sono piuttosto curioso di leggerlo, visto che Carrada afferma di averlo apprezzato molto. Al tempo stesso sono scettico, per due ragioni.
La prima è che, devo ammetterlo, la parola “zen” mi insospettisce, mi richiama alla mente la new age e tutto il corredo di boiate orientali che vanno così di moda oggi. Insomma tutta una serie di pratiche che mi lasciano a dir poco perplesso, e che considero pericolose, perchè costituiscono terreno fertile per l’affermazione di quelli che qualche post fa ho definito “cialtroni laureati” (piennellisti, parapsicologi e simili).
La seconda ragione è che, per quanto riguarda questa materia (le presentazioni, ma anche la comunicazione visiva e verbovisiva in generale), cerco di attenermi ad un modello molto rigoroso, qual è quello di Edward Tufte (senza riuscire ovviamente neppure a sfiorare i suoi risultati).
Non credo che questa disciplina abbia alcun fondamento di scientificità.
Per chi non lo sapesse, la programmazione neurolinguistica (o PNL) è una tecnica per lo sviluppo di abilità comunicative e qualità manageriali, che poggia su alcuni assunti della ricerca psicologica degli anni Sessanta e Settanta. In effetti, i fondatori della PNL, gli statunitensi Richard Bandler e John Grinder, si richiamavano alle teorie di studiosi autorevoli, come l’antropologo Gregory Bateson e Paul Watzlawick, autore del celebre “Pragmatica della comunicazione umana”. Può darsi che all’epoca della sua fondazione, la PNL si proponesse, senza malizia, come una nuova tecnica terapeutica per liberare il potenziale professionale dei soggetti che operano nel settore della comunicazione o della gestione del personale. Non sono in grado di dire in quale modo la PNL operasse negli anni Settanta (ma a chi voglia farsi un’idea sulla controversa storia di questa pseudoscienza consiglio di leggere la relativa voce di Wikipedia, e la discussione che l’accompagna). Ma ciò che essa è divenuta oggi è facilmente contestabile.
In cosa consiste esattamente la PNL? I principi che vengono comunemente impartiti sono i seguenti: 1) la mappa non è il territorio (ovvero bisogna tenere in considerazione i punti di vista); 2) non si può non comunicare; 3) il comportamento di un soggetto dà indicazioni su ciò che accade al suo interno; 4) i soggetti si possono classificare in base alla preferenza che accordano ad uno dei loro sensi in particolare, sicchè esistono soggetti auditivi, visivi, cinestesici, eccetera, ed è possibile impostare interazioni di successo riconoscendo le preferenze sensoriali dell’interlocutore. Al di là della banalità di tali asserzioni, e della discutibile fondatezza di alcune di esse, il problema è il passaggio dalla teoria alla prassi. Ad esempio, come si può pretendere di distinguere un cinestesico da un visivo (ammesso che una distinzione di questo tipo sia possibile) così, de visu, senza fare alcun esperimento, senza poter in alcun modo monitorare la sua attività neuronale?
Ci sono poi altre cose che andrebbero contestate, oltre alla fondatezza o meno di questa tecnica. In primo luogo bisogna notare come, pur non essendo una disciplina riconosciuta in via ufficiale (perchè considerata ciarlataneria negli ambienti accademici) i corsi di PNL siano ovunque, anzi, siano letteralmente imposti a molti cittadini. Faccio un esempio personale: attualmente seguo un corso presso la Camera di Commercio per ottenere l’abilitazione a esercitare la professione di agente. Non avendo un curriculum di studi a carattere economico o giuridico (sono laureato in Scienze della Comunicazione, ed ho fatto il liceo classico), questo corso è per me necessario per poter lavorare come agente (ormai per la verità non mi serve più, ma visto che ho pagato una cospicua quota per iscrivermi…). Ecco, in un corso come questo, che nessuno fa per puro interesse o per esigenze formative, ma solo per ottenere un’abilitazione professionale, e nel quale sarebbe meglio concentrarsi su questioni più tecniche (la fatturazione, la fiscalità eccetera), un terzo delle ore di lezione sono dedicate all’insegnamento della PNL. Viene quasi da sospettare una sorta di lobby dei piennellisti nel campo della formazione. Non credo di esagerare poi tanto: il presidente dell’AIF (Associazione Italiana Formatori) è un docente di PNL. A ben vedere, poi, in moltissimi corsi professionali (anche quelli finanziati con il fondo pubblico Formatemp) sono previste lezioni di programmazione neurolinguistica. Non si capisce perchè: le scienze della comunicazione sono tante (semiotica, psicologia, sociologia, eccetera), come mai questa predilezione per una disciplina così scarsamente considerata da parte della totalità del mondo accademico?
Da sottolineare, in secondo luogo, che non esiste un titolo di studio riconosciuto per avere un’abilitazione ad operare nel settore. Non c’è quindi uno standard, nè alcuna certificazione di professionalità dei formatori. Chiunque può essere docente di PNL, e questo la dice lunga sulla serietà di questo approccio allo studio della comunicazione.
E per finire, non esiste ricerca in questo campo. Si tratta di una disciplina che può essere unicamente insegnata, ma che non ha alcun orizzonte di sviluppo o di verifica. Una disciplina molto efficiente dal punto di vista economico: non comporta alcun investimento per la ricerca, solo i profitti derivanti dal suo insegnamento. A volte profitti molto alti, come nel caso del coaching manageriale (e il solo fatto che certi manager richiedano questo genere di formazione dovrebbe far capire che tipo di mentalità perversa si stia diffondendo a poco a poco nel mondo delle grandi aziende). E in cambio di quale utilità? Davvero nessuna.
Avete presente l’ “immotivatore”, qualche anno fa, al programma della Gialappa’s? Ecco, quello è un esempio perfetto di cosa si fa oggi con la PNL.