Artucavallo’s Weblog

Venerdì 4 Luglio 2008

Due parole, di nuovo

Archiviato in: Arte, cinema, teatro, letteratura, Musica — Tag:, , — artucavallo @ 8:12 pm

Ecco, dopo aver ricevuto il pingback di Luca Sofri mi sono arenato. Il mio blog langue, e io pure. Per riprendere un po’ la mano riparto con due segnalazioni. Una è appunto la playlist di Sofri su muxtape, che trovate qui. L’altra è la bellissima saga “Life in Bassano” sul blog di Matteoli2.

Ah, ci sarebbero anche gli Zen Circus, che ho visto un mese fa al Locomotive, qui a Bologna. Non li conoscevo: una sorta di Pixies italiani, mi sono piaciuti molto. Mi sono perso invece il superconcerto a Ferrara di Cristina Donà, Le luci della centrale elettrica e Giorgio Canali. Alterne fortune mi inchiodano tra casa e ufficio. Vedremo per quanto ancora.

Sabato 19 Aprile 2008

Alcuni giorni della vita di Oblomov

Archiviato in: Arte, cinema, teatro, letteratura — Tag: — artucavallo @ 5:42 pm

Ho visto questo gran bel film. Moralmente complesso, ricco di sottili sfumature psicologiche, Oblomov brilla per ironia e stile. Ma ne ha già parlato perfettamente Giovanni Grazzini sul Corriere della Sera (qui la recensione - anSi, la recenZione), non aggiungo altro.

Domenica 13 Aprile 2008

Non è un paese per vecchi

Questo film (stranamente) lo avevo visto proprio appena è uscito nelle sale, ma lo recensisco con due righe solo adesso.

Nella vena più cruda dei fratelli Coen, che sono come tutti sanno sono anche abilissimi produttori di commedie, “Non è un paese per vecchi” ricorda “Fargo”, ma è ancora più brutale. Il che non vuol certo dire che non sia un bel film, anzi, è un film notevole.

Tommy Lee Jones è il vecchio sceriffo che non riesce ad accettare il male che è chiamato a combattere. Javier Bardem è la sua nemesi, un maniaco crudele che uccide senza una ragione comprensibile. I due non si incontrano mai: lo sceriffo segue impotente la scia di sangue che il criminale si lascia dietro, e si ritrova da solo con le sue domande, a cui non riesce a dare risposta.

Into the wild

Archiviato in: Arte, cinema, teatro, letteratura — artucavallo @ 1:07 pm

Come potete notare i film li vedo quasi tutti a una certa distanza dalla loro uscita nelle sale cinematografiche.

Mi è piaciuto questo di Sean Penn, che non conoscevo come regista. È tratto dal romanzo di Jon Krakauer “Nelle terre estreme” e racconta la vera storia di Christopher McCandless, un ragazzo benestante che decide di rinunciare a tutto per immergersi nella natura selvaggia. In questa pagina di MyMovies trovate una recensione più articolata del film, a cura di Matteo Signa.

Penn è stato bravissimo nel curare le ambiantazioni. Le immagini del così vario paesaggio americano sono davvero belle: dalle distese di campi coltivati a cereali del Mid West fino ai canion, e agli incontaminati boschi dell’Alaska.

Ovviamente gran parte del merito della riuscita del fim spetta all’attore Emile Hirsch, e non poteva essere che così dato che Penn ha costruito l’intero lungometraggio intorno a lui. Hirsch/McCandless ingrassa, dimagrisce, s’imbarba, si sbarba, si esalta, si sente solo, si dispera, si affeziona, abbandona, restando sempre molto credibile e magnetico.

Anche la colonna sonora affidata a Eddie Vedder funziona: Vedder trova una vena folk, da cantore di quell’America profonda e provinciale in cui trascorre gran parte del viaggio di McCandless.

Unica nota negativa è quella voce fuori campo della sorella di Christopher (l’attrice Jena Malone), che cerca di raccontare il viaggio del fratello (pur non sapendo nulla a riguardo) scavando nel suo passato. Se da un lato questo escamotage narrativo permette a Penn di lascare libero il protagonista da fastidiose introspezioni per riportare alla luce i propri traumi familiari, e di ancorare il tema del viaggio e della fuga ad una condizione umana particolare oltre che universale, la presenza di un narratore esterno sembra voler colmare i tanti momenti del film in cui il viaggiatore si ritrova solo e non può parlare con nessuno. Dà l’impressione di voler riempire le sequenze prive di dialoghi per evitare che lo spettatore si annoi. Credo invece che se Penn avesse preferito lasciare interi quarti d’ora senza proferire verbo il film ne avrebbe giovato. Ma in fondo si tratta comunque di una pellicola abbastanza coraggiosa, e qualche concessione al pubblico medio bisogna pur farla.

Venerdì 11 Aprile 2008

Match point

Archiviato in: Arte, cinema, teatro, letteratura — Tag:, , — artucavallo @ 1:28 am

Lo so che sono passati diversi anni da quando il film è uscito, ma io l’ho visto solo oggi. Mi ero già preparato a vederlo dopo aver sentito il giudizio di Morandini, che sottolineava il messaggio finale: possono esistere delitti senza castigo, perchè al mondo manca una morale.

Avevo subito pensato a “Crimini e misfatti”, un altro film di Woody Allen che ha una trama (ed un messaggio) molto simile a ”Match point”. Quest’ultimo film però, oltre ad essere più curato nei vari aspetti tecnici quali fotografia e colonna sonora (una notevole selezione di brani d’opera), sviluppa meglio lo spunto dostoevskijano del delitto. C’è un esplicito gioco di citazioni: il giovane Chris legge Dostoevskij, e fa due vittime (una è la vittima designata, l’altra è quella “strumentale” o “incidentale”). Allen affronta un tema a lui caro attingendo a piene mani da un grande classico e ribaltandone il finale: la riabilitazione ci sarà, ma senza passare attraverso il castigo. 

Lo stesso avviene anche in “Crimini e misfatti”, ma mentre questo precedente lungometraggio si chiude con lo sguardo amaro di Allen, che soppesa la moralità che ha condotto il personaggio da lui interpretato al fallimento, e la confronta con l’immoralità di un uomo a cui invece la fortuna ed il successo arridono, in “Match point” c’è solo l’espressione serena di un uomo che ha commesso un delitto per conservare gli agi e i privilegi che gli consente la sua posizione di parvenu nell’aristocrazia londinese. 

Inoltre “Match point” intreccia la tematica del delitto senza castigo con una cruda riflessione sul ruolo del caso e della fortuna, veri arbitri della vita umana: come è il caso a distribuire il successo, così è lo stesso a decidere chi pagherà e chi la potrà fare franca.

Venerdì 4 Aprile 2008

Le luci della centrale elettrica

Archiviato in: Arte, cinema, teatro, letteratura — Tag:, , — artucavallo @ 2:21 pm

Le luci della centrale elettrica, al secolo Vasco Brondi, è un giovane cantautore ferrarese. Fa una musica a metà tra il punk e il melodico, con richiami ai CCCP e Rino Gaetano, quest’ultimo soprattutto per la voce graffiante e urlata, e per l’ironia e il nonsense dei testi.

Le sue canzoni sono collage di fotogrammi che fissano lo squallore delle periferie e della provincia: netturbini, insegne notturne, parchimetri, marciapiedi di quartieri industriali, benzinai, ecomostri, tetti ethernit anni ottanta. Si respira un senso di empasse, di frustrazione, senza però eccedere nell’autocommiserazione.

Ha un sito su MySpace dal quale è possibile ascoltare quattro demo: Fare i camerieri, Stagnola, La gigantesca scritta Coop, Piromani si muore.

Giovedì 3 Aprile 2008

Il più bel finale di sempre

Archiviato in: Arte, cinema, teatro, letteratura — Tag:, , — artucavallo @ 3:02 pm

Gatsby credeva nella luce verde, il futuro orgiastico che anno per anno indietreggia davanti a noi. C’è sfuggito allora, ma non importa: domani andremo più in fretta, allungheremo di più le braccia… e una bella mattina…

Così continuiamo a remare, barche controcorrente, risospinti senza posa nel passato.

F.S. Fitzgerald, Il grande Gatsby, traduzione di Fernanda Pivano.

Martedì 1 Aprile 2008

Lavorare stanca

Archiviato in: Arte, cinema, teatro, letteratura — Tag:, — artucavallo @ 10:23 am

Stupefatto del mondo mi giunse un’età / che tiravo gran pugni nell’aria e piangevo da solo. / Ascoltare i discorsi di uomini e donne / non sapendo rispondere, è poca allegria. / Ma anche questa è passata: non sono più solo / e, se non so rispondere, so farne a meno. / Ho trovato compagni trovando me stesso.

Questa è la prima strofa di Antenati, di Cesare Pavese, dalla raccolta Lavorare Stanca. Negli anni in cui in Italia si diffondeva lo stile ermetico, Pavese scriveva con una chiarezza disarmante, scegliendo i suoi modelli tra i poeti americani come Walt Whitman e Edgar Lee Masters, ma curiosamente avvicinandosi a certe soluzioni della metrica classica (tutta la raccolta ha un andamento tendenzialmente anapestico). Nessuna ricerca della parola difficile, nè del simbolo o del frammento lirico; al contrario, uno stile colloquiale, ma dal ritmo incalzante e dalla grande forza narrativa.

Il cuore perduto dell’Asia

Archiviato in: Arte, cinema, teatro, letteratura, Riflessioni — Tag:, — artucavallo @ 9:27 am

Leggo questo bel libro di viaggio di Colin Thubron, che ha visitato le cinque repubbliche centroasiatiche (Kazakistan, Uzbekistan, Turkmenistan, Tagikistan e Kirgizistan) nel primo anno della loro indipendenza dalla Russia. Thubron osserva il vuoto all’indomani del crollo dell’impero sovietico, e si chiede che ne sarà di questo cuore antico dell’Asia, dove un tempo passava la via della seta. Continuerà a gravitare intorno alla Russia oppure confluirà nel tumultuoso mondo del fanatismo islamico?

Il  racconto è stato scritto nel 1994, quattordici anni fa. Che cosa sia successo da allora non lo so, non ne parla nessuno. Neppure su Internazionale trovo notizie su quest’area remota del mondo. Ma a giudicare da quanto accade nei Paesi vicini, Afghanistan, Iran e le repubbliche caucasiche, non dubito che sarà l’Islam a spuntarla. Tanto peggio per tutti.

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Onora il padre e la madre

Archiviato in: Arte, cinema, teatro, letteratura — artucavallo @ 12:27 am

Ho visto qualche giorno fa “Onora il padre e la madre”, di Sydney Lumet. Prima di vederlo, avevo letto solo la critica di Peter Bradshaw, del Guardian, che scrive: “Con una cattiveria inesorabile e senza compromessi, il film affronta con serietà i concetti del male e del peccato raccontando in modo convincente una sorta di tragedia familiare contemporanea”. Leggendo la recensione avevo pensato ad Abel Ferrara, e mi aspettavo qualcosa di simile. Invece il film non ha niente a che fare con Ferrara: i personaggi non parlano di che cosa sia il male e che cosa sia il peccato. Semplicemente ne sono invischiati, e ne sono artefici al tempo stesso. Condivido comunque il giudizio complessivo sull’opera: davvero un bel film, merita quattro stelle su cinque.

Gli attori in particolare danno grande prova di sé: Ethan Hawke interpreta Hank, un ragazzone fallito e immaturo, e Philip Seymur Hoffman è perfetto nei panni di Andy, self made man corrotto e represso.

L’unica cosa che mi ha infastidito, sul momento, è stata la tecnica di montaggio, troppo scopertamente “thriller”, con continui flashback e flashforward. Ma a pensarci bene la rottura della linearità ha giovato alla narrazione, ed ha pemesso a Lumet di riprendere più volte le stesse scene da diversi punti di vista.

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