Artucavallo’s Weblog

Domenica 13 Aprile 2008

Into the wild

Archiviato in: Arte, cinema, teatro, letteratura — artucavallo @ 1:07 pm

Come potete notare i film li vedo quasi tutti a una certa distanza dalla loro uscita nelle sale cinematografiche.

Mi è piaciuto questo di Sean Penn, che non conoscevo come regista. È tratto dal romanzo di Jon Krakauer “Nelle terre estreme” e racconta la vera storia di Christopher McCandless, un ragazzo benestante che decide di rinunciare a tutto per immergersi nella natura selvaggia. In questa pagina di MyMovies trovate una recensione più articolata del film, a cura di Matteo Signa.

Penn è stato bravissimo nel curare le ambiantazioni. Le immagini del così vario paesaggio americano sono davvero belle: dalle distese di campi coltivati a cereali del Mid West fino ai canion, e agli incontaminati boschi dell’Alaska.

Ovviamente gran parte del merito della riuscita del fim spetta all’attore Emile Hirsch, e non poteva essere che così dato che Penn ha costruito l’intero lungometraggio intorno a lui. Hirsch/McCandless ingrassa, dimagrisce, s’imbarba, si sbarba, si esalta, si sente solo, si dispera, si affeziona, abbandona, restando sempre molto credibile e magnetico.

Anche la colonna sonora affidata a Eddie Vedder funziona: Vedder trova una vena folk, da cantore di quell’America profonda e provinciale in cui trascorre gran parte del viaggio di McCandless.

Unica nota negativa è quella voce fuori campo della sorella di Christopher (l’attrice Jena Malone), che cerca di raccontare il viaggio del fratello (pur non sapendo nulla a riguardo) scavando nel suo passato. Se da un lato questo escamotage narrativo permette a Penn di lascare libero il protagonista da fastidiose introspezioni per riportare alla luce i propri traumi familiari, e di ancorare il tema del viaggio e della fuga ad una condizione umana particolare oltre che universale, la presenza di un narratore esterno sembra voler colmare i tanti momenti del film in cui il viaggiatore si ritrova solo e non può parlare con nessuno. Dà l’impressione di voler riempire le sequenze prive di dialoghi per evitare che lo spettatore si annoi. Credo invece che se Penn avesse preferito lasciare interi quarti d’ora senza proferire verbo il film ne avrebbe giovato. Ma in fondo si tratta comunque di una pellicola abbastanza coraggiosa, e qualche concessione al pubblico medio bisogna pur farla.

Venerdì 11 Aprile 2008

Match point

Archiviato in: Arte, cinema, teatro, letteratura — Tag:, , — artucavallo @ 1:28 am

Lo so che sono passati diversi anni da quando il film è uscito, ma io l’ho visto solo oggi. Mi ero già preparato a vederlo dopo aver sentito il giudizio di Morandini, che sottolineava il messaggio finale: possono esistere delitti senza castigo, perchè al mondo manca una morale.

Avevo subito pensato a “Crimini e misfatti”, un altro film di Woody Allen che ha una trama (ed un messaggio) molto simile a ”Match point”. Quest’ultimo film però, oltre ad essere più curato nei vari aspetti tecnici quali fotografia e colonna sonora (una notevole selezione di brani d’opera), sviluppa meglio lo spunto dostoevskijano del delitto. C’è un esplicito gioco di citazioni: il giovane Chris legge Dostoevskij, e fa due vittime (una è la vittima designata, l’altra è quella “strumentale” o “incidentale”). Allen affronta un tema a lui caro attingendo a piene mani da un grande classico e ribaltandone il finale: la riabilitazione ci sarà, ma senza passare attraverso il castigo. 

Lo stesso avviene anche in “Crimini e misfatti”, ma mentre questo precedente lungometraggio si chiude con lo sguardo amaro di Allen, che soppesa la moralità che ha condotto il personaggio da lui interpretato al fallimento, e la confronta con l’immoralità di un uomo a cui invece la fortuna ed il successo arridono, in “Match point” c’è solo l’espressione serena di un uomo che ha commesso un delitto per conservare gli agi e i privilegi che gli consente la sua posizione di parvenu nell’aristocrazia londinese. 

Inoltre “Match point” intreccia la tematica del delitto senza castigo con una cruda riflessione sul ruolo del caso e della fortuna, veri arbitri della vita umana: come è il caso a distribuire il successo, così è lo stesso a decidere chi pagherà e chi la potrà fare franca.

Sabato 5 Aprile 2008

Posizionamento politico

Archiviato in: Politica — artucavallo @ 10:03 am

Ho fatto il test di Repubblica sul posizionamento politico, ecco il risultato.

Come vedete mi trovo molto vicino a Bertinotti. Per il quale è vero, simpatizzo, ma che non voterò per le ragioni che ho spiegato qualche post fa.

Venerdì 4 Aprile 2008

L’arte delle presentazioni

Archiviato in: Comunicazione — Tag:, , — artucavallo @ 2:55 pm

Luisa Carrada parla di Presentation Zen, un libro di Garr Reynolds sull’arte delle presentazioni (qui trovate il blog dell’autore che tratta lo stesso tema). Sono piuttosto curioso di leggerlo, visto che Carrada afferma di averlo apprezzato molto. Al tempo stesso sono scettico, per due ragioni.

La prima è che, devo ammetterlo, la parola “zen” mi insospettisce, mi richiama alla mente la new age e tutto il corredo di boiate orientali che vanno così di moda oggi. Insomma tutta una serie di pratiche che mi lasciano a dir poco perplesso, e che considero pericolose, perchè costituiscono terreno fertile per l’affermazione di quelli che qualche post fa ho definito “cialtroni laureati” (piennellisti, parapsicologi e simili).

La seconda ragione è che, per quanto riguarda questa materia (le presentazioni, ma anche la comunicazione visiva e verbovisiva in generale), cerco di attenermi ad un modello molto rigoroso, qual è quello di Edward Tufte (senza riuscire ovviamente neppure a sfiorare i suoi risultati).

Le luci della centrale elettrica

Archiviato in: Arte, cinema, teatro, letteratura — Tag:, , — artucavallo @ 2:21 pm

Le luci della centrale elettrica, al secolo Vasco Brondi, è un giovane cantautore ferrarese. Fa una musica a metà tra il punk e il melodico, con richiami ai CCCP e Rino Gaetano, quest’ultimo soprattutto per la voce graffiante e urlata, e per l’ironia e il nonsense dei testi.

Le sue canzoni sono collage di fotogrammi che fissano lo squallore delle periferie e della provincia: netturbini, insegne notturne, parchimetri, marciapiedi di quartieri industriali, benzinai, ecomostri, tetti ethernit anni ottanta. Si respira un senso di empasse, di frustrazione, senza però eccedere nell’autocommiserazione.

Ha un sito su MySpace dal quale è possibile ascoltare quattro demo: Fare i camerieri, Stagnola, La gigantesca scritta Coop, Piromani si muore.

Giovedì 3 Aprile 2008

Il più bel finale di sempre

Archiviato in: Arte, cinema, teatro, letteratura — Tag:, , — artucavallo @ 3:02 pm

Gatsby credeva nella luce verde, il futuro orgiastico che anno per anno indietreggia davanti a noi. C’è sfuggito allora, ma non importa: domani andremo più in fretta, allungheremo di più le braccia… e una bella mattina…

Così continuiamo a remare, barche controcorrente, risospinti senza posa nel passato.

F.S. Fitzgerald, Il grande Gatsby, traduzione di Fernanda Pivano.

La psicologia criminale

Archiviato in: Generale, Riflessioni — Tag:, — artucavallo @ 1:06 pm

Su Internazionale della settimana scorsa (21/27 marzo) c’è un lungo ed interessante articolo del New Yorker sul lavoro dei profiler, gli psicologi criminali che analizzando la scena del delitto compilano un profilo psicologico/biografico del presunto assassino. La funzione di questi professionisti esperti della psiche criminale (per i quali è prevista una apposita unità operativa in seno all’FBI) è di restringere il campo della ricerca del colpevole, facilitando il lavoro degli investigatori.

Ci sono però serie ragioni per dubitare dell’utilità del loro lavoro. Innanzitutto perchè, dati alla mano, le previsioni sono spesso disattese: una volta catturato l’assassino, si scopre che il suo profilo psicosociale non corrisponde affatto a quello indicato dai profiler. In secondo luogo perchè, quando gli psicologi ci azzeccano, è perchè stilano il profilo in modo talmente vago da risultare onnicomprensivo, e quindi inutile per gli investigatori.

Malcom Gladwell, l’autore dell’articolo, spiega le tecniche impiegate per compilare questo secondo tipo di rapporti (quelli onnicomprensivi). Sono le stesse usate da chiromanti e indovini: una serie orchestrata di espedienti che consentono di evitare di delineare un profilo netto, preciso (esponendosi quindi al rischio di una previsione errata) pur compilando un rapporto all’apparenza dettagliato. Ovvero l’arte di parlare lungamente senza trarre alcuna conclusione. L’articolo riporta più di un esempio a riguardo. Il più significativo mi pare questo: tra gli anni settanta e ottanta la città di Wichita, in Kansas, fu il teatro d’azione di un serial killer passato alla storia con l’acronimo “btk”, che sta per “bind, torture, kill” (lega, tortura e uccidi), le parole usate dall’assassino nelle sue lettere di rivendicazione indirizzate alla polizia. John Douglas, profiler dell’FBI, consegnò alla polizia locale un profilo del killer che Gladwell riassume così: “Cercate un maschio americano con possibili agganci nel mondo militare. Ha un quoziente intellettivo superiore a 105, gli piace masturbarsi ed è egoista e distaccato a letto. Guida un’auto decente, è una persona “tutto e subito”, non si trova bene con le donne ma può avere delle amiche. È un lupo solitario, ma può adattarsi a un contesto sociale. Non passa del tutto inosservato, ma è impossibile conoscerlo a fondo. Potrebbe essere scapolo, sposato o divorziato. Se fosse sposato sua moglie sarebbe più giovane o più vecchia di lui. Potrebbe vivere in una stanza in affitto ma forse no, potrebbe essere di classe bassa, media o medio bassa. Sarà furbo come una volpe, ma non è un pazzo furioso”.

La cosa assurda è che il profilo non era soltanto ambiguo e generico (e quindi non aiutava in alcun modo gli investigatori), era anche fuorviante. Btk era un uomo molto in vista nella sua comunità, presiedeva le attività parrocchiali, ed aveva una vita sessuale e sentimentale normalissima (era sposato con figli).

Mi si chiederà perchè prendo così a cuore questa storia dei profiler. Volevo riprendere quanto ho scritto in un post precedente a proposito della programmazione neurolinguistica per trarre delle conclusioni più generali. La psicologia oggi è una disciplina ambigua. C’è una branca della ricerca psicologica ha scelto di intrecciarsi con le neuroscienze, e di abbracciare il metodo sperimentale: ovvero ha scelto di essere una scienza vera e propria. Penso alla psicologia della percezione e alla psicologia cognitiva in generale, settori nei quali si producono studi ben documentati e di grande utilità. E poi c’è quella psicologia che è ancora ferma a Freud, che non può e non vuole dimostrare gli assunti sui quali è stata fondata, e che ancora costituiscono la base della formazione di molti professionisti della psicoterapia. Non dubito della buona fede e della preparazione della maggior parte degli operatori del settore, ma ho la netta sensazione che la scarsa formalizzazione di questo sapere (ovvero l’assenza di un metodo rigoroso per la ricerca) faciliti il proliferare di tanti cialtroni laureati che si nascondono dietro l’etichetta di psicologo, capaci di vendere a caro prezzo le loro consulenze inconcludenti. In questo sì, grandi professionisti.

Martedì 1 Aprile 2008

Lavorare stanca

Archiviato in: Arte, cinema, teatro, letteratura — Tag:, — artucavallo @ 10:23 am

Stupefatto del mondo mi giunse un’età / che tiravo gran pugni nell’aria e piangevo da solo. / Ascoltare i discorsi di uomini e donne / non sapendo rispondere, è poca allegria. / Ma anche questa è passata: non sono più solo / e, se non so rispondere, so farne a meno. / Ho trovato compagni trovando me stesso.

Questa è la prima strofa di Antenati, di Cesare Pavese, dalla raccolta Lavorare Stanca. Negli anni in cui in Italia si diffondeva lo stile ermetico, Pavese scriveva con una chiarezza disarmante, scegliendo i suoi modelli tra i poeti americani come Walt Whitman e Edgar Lee Masters, ma curiosamente avvicinandosi a certe soluzioni della metrica classica (tutta la raccolta ha un andamento tendenzialmente anapestico). Nessuna ricerca della parola difficile, nè del simbolo o del frammento lirico; al contrario, uno stile colloquiale, ma dal ritmo incalzante e dalla grande forza narrativa.

Il cuore perduto dell’Asia

Archiviato in: Arte, cinema, teatro, letteratura, Riflessioni — Tag:, — artucavallo @ 9:27 am

Leggo questo bel libro di viaggio di Colin Thubron, che ha visitato le cinque repubbliche centroasiatiche (Kazakistan, Uzbekistan, Turkmenistan, Tagikistan e Kirgizistan) nel primo anno della loro indipendenza dalla Russia. Thubron osserva il vuoto all’indomani del crollo dell’impero sovietico, e si chiede che ne sarà di questo cuore antico dell’Asia, dove un tempo passava la via della seta. Continuerà a gravitare intorno alla Russia oppure confluirà nel tumultuoso mondo del fanatismo islamico?

Il  racconto è stato scritto nel 1994, quattordici anni fa. Che cosa sia successo da allora non lo so, non ne parla nessuno. Neppure su Internazionale trovo notizie su quest’area remota del mondo. Ma a giudicare da quanto accade nei Paesi vicini, Afghanistan, Iran e le repubbliche caucasiche, non dubito che sarà l’Islam a spuntarla. Tanto peggio per tutti.

9788879289092g.jpg

Onora il padre e la madre

Archiviato in: Arte, cinema, teatro, letteratura — artucavallo @ 12:27 am

Ho visto qualche giorno fa “Onora il padre e la madre”, di Sydney Lumet. Prima di vederlo, avevo letto solo la critica di Peter Bradshaw, del Guardian, che scrive: “Con una cattiveria inesorabile e senza compromessi, il film affronta con serietà i concetti del male e del peccato raccontando in modo convincente una sorta di tragedia familiare contemporanea”. Leggendo la recensione avevo pensato ad Abel Ferrara, e mi aspettavo qualcosa di simile. Invece il film non ha niente a che fare con Ferrara: i personaggi non parlano di che cosa sia il male e che cosa sia il peccato. Semplicemente ne sono invischiati, e ne sono artefici al tempo stesso. Condivido comunque il giudizio complessivo sull’opera: davvero un bel film, merita quattro stelle su cinque.

Gli attori in particolare danno grande prova di sé: Ethan Hawke interpreta Hank, un ragazzone fallito e immaturo, e Philip Seymur Hoffman è perfetto nei panni di Andy, self made man corrotto e represso.

L’unica cosa che mi ha infastidito, sul momento, è stata la tecnica di montaggio, troppo scopertamente “thriller”, con continui flashback e flashforward. Ma a pensarci bene la rottura della linearità ha giovato alla narrazione, ed ha pemesso a Lumet di riprendere più volte le stesse scene da diversi punti di vista.

« Articoli successivi

Blog su WordPress.com.