Su Internazionale della settimana scorsa (21/27 marzo) c’è un lungo ed interessante articolo del New Yorker sul lavoro dei profiler, gli psicologi criminali che analizzando la scena del delitto compilano un profilo psicologico/biografico del presunto assassino. La funzione di questi professionisti esperti della psiche criminale (per i quali è prevista una apposita unità operativa in seno all’FBI) è di restringere il campo della ricerca del colpevole, facilitando il lavoro degli investigatori.
Ci sono però serie ragioni per dubitare dell’utilità del loro lavoro. Innanzitutto perchè, dati alla mano, le previsioni sono spesso disattese: una volta catturato l’assassino, si scopre che il suo profilo psicosociale non corrisponde affatto a quello indicato dai profiler. In secondo luogo perchè, quando gli psicologi ci azzeccano, è perchè stilano il profilo in modo talmente vago da risultare onnicomprensivo, e quindi inutile per gli investigatori.
Malcom Gladwell, l’autore dell’articolo, spiega le tecniche impiegate per compilare questo secondo tipo di rapporti (quelli onnicomprensivi). Sono le stesse usate da chiromanti e indovini: una serie orchestrata di espedienti che consentono di evitare di delineare un profilo netto, preciso (esponendosi quindi al rischio di una previsione errata) pur compilando un rapporto all’apparenza dettagliato. Ovvero l’arte di parlare lungamente senza trarre alcuna conclusione. L’articolo riporta più di un esempio a riguardo. Il più significativo mi pare questo: tra gli anni settanta e ottanta la città di Wichita, in Kansas, fu il teatro d’azione di un serial killer passato alla storia con l’acronimo “btk”, che sta per “bind, torture, kill” (lega, tortura e uccidi), le parole usate dall’assassino nelle sue lettere di rivendicazione indirizzate alla polizia. John Douglas, profiler dell’FBI, consegnò alla polizia locale un profilo del killer che Gladwell riassume così: “Cercate un maschio americano con possibili agganci nel mondo militare. Ha un quoziente intellettivo superiore a 105, gli piace masturbarsi ed è egoista e distaccato a letto. Guida un’auto decente, è una persona “tutto e subito”, non si trova bene con le donne ma può avere delle amiche. È un lupo solitario, ma può adattarsi a un contesto sociale. Non passa del tutto inosservato, ma è impossibile conoscerlo a fondo. Potrebbe essere scapolo, sposato o divorziato. Se fosse sposato sua moglie sarebbe più giovane o più vecchia di lui. Potrebbe vivere in una stanza in affitto ma forse no, potrebbe essere di classe bassa, media o medio bassa. Sarà furbo come una volpe, ma non è un pazzo furioso”.
La cosa assurda è che il profilo non era soltanto ambiguo e generico (e quindi non aiutava in alcun modo gli investigatori), era anche fuorviante. Btk era un uomo molto in vista nella sua comunità, presiedeva le attività parrocchiali, ed aveva una vita sessuale e sentimentale normalissima (era sposato con figli).
Mi si chiederà perchè prendo così a cuore questa storia dei profiler. Volevo riprendere quanto ho scritto in un post precedente a proposito della programmazione neurolinguistica per trarre delle conclusioni più generali. La psicologia oggi è una disciplina ambigua. C’è una branca della ricerca psicologica ha scelto di intrecciarsi con le neuroscienze, e di abbracciare il metodo sperimentale: ovvero ha scelto di essere una scienza vera e propria. Penso alla psicologia della percezione e alla psicologia cognitiva in generale, settori nei quali si producono studi ben documentati e di grande utilità. E poi c’è quella psicologia che è ancora ferma a Freud, che non può e non vuole dimostrare gli assunti sui quali è stata fondata, e che ancora costituiscono la base della formazione di molti professionisti della psicoterapia. Non dubito della buona fede e della preparazione della maggior parte degli operatori del settore, ma ho la netta sensazione che la scarsa formalizzazione di questo sapere (ovvero l’assenza di un metodo rigoroso per la ricerca) faciliti il proliferare di tanti cialtroni laureati che si nascondono dietro l’etichetta di psicologo, capaci di vendere a caro prezzo le loro consulenze inconcludenti. In questo sì, grandi professionisti.